Il TAR Lazio – sez. III bis, con la sentenza n. 11054, ha annullato una procedura avente ad oggetto la “Concessione del servizio di predisposizione e gestione di un punto ristoro – bar” da espletarsi in una scuola.

L’annullamento è stato determinato in quanto, i giudici, hanno ritenuto che l’ente appaltante abbia utilizzato, ai fini dell’affidamento della concessione, il criterio del massimo rialzo del canone, in luogo di quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, che avrebbe dovuto trovare invece applicazione.

In particolare, i giudici amministrativi, richiamando la disciplina dettata in materia di concessioni, hanno ricordato quanto dettato dall’art. 164, comma 2 del D.lgs. n. 50/2016, ovvero che “Alle procedure di aggiudicazione di contratti di concessione di lavori pubblici o di servizi si applicano, per quanto compatibili, le disposizioni contenute nella parte I e nella parte II, del presente codice, relativamente ai principi generali, alle esclusioni, alle modalità e alle procedure di affidamento, alle modalità di pubblicazione e redazione dei bandi e degli avvisi, ai requisiti generali e speciali e ai motivi di esclusione, ai criteri di aggiudicazione, alle modalità di comunicazione ai candidati e agli offerenti, ai requisiti di qualificazione degli operatori economici, ai termini di ricezione delle domande di partecipazione alla concessione e delle offerte, alle modalità di esecuzione”.

Eppure una domanda nasce spontanea.

Se la concessione rappresenta uno strumento attraverso il quale l’amministrazione esternalizza un servizio che la stessa è tenuta a rendere, e che decide di affidare ad un concessionario, nel caso in esame, può ritenersi il servizio di gestione bar come un servizio rientrante in quelli che l’amministrazione era tenuta a rendere?

La risposta è semplice.

Di certo non vi rientra, trattandosi più semplicemente di una concessione di spazi per l’esercizio di attività commerciale.

In conclusione, la vera disputa da dirimere, non riguardava il criterio da seguire nell’affidamento della gestione, ma se, nella fattispecie in esame, trovasse o meno applicazione il Codice degli appalti. Appare evidente che, richiamando il primo comma dell’art. 164 del D.lgs. 50/2016 il quale statuisce che “In ogni caso, le disposizioni della presente Parte non si applicano ai provvedimenti, comunque denominati, con cui le amministrazioni aggiudicatrici, a richiesta di un operatore economico, autorizzano, stabilendone le modalità e le condizioni, l’esercizio di un’attività economica che può svolgersi anche mediante l’utilizzo di impianti o altri beni immobili pubblici”, i giudici avrebbero dovuto respingere il ricorso in considerazione del fatto che, nessuna disposizione del Codice degli appalti, poteva ritenersi violata, stante la non applicazione dello stesso  alla fattispecie in esame.

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